La pubblicità veicola da tempo la figura di una donna fatta oggetto e mercificata, con un corpo nudo che serve non solo a vendere lingèrie ma di tutto, dall'abbigliamento alle automobili, dai pannelli fotovoltaici agli alcolici. Di più: spesso in primo piano c'è un pezzo del corpo della donna, svilito e degradato per pubblicizzare un servizio o un prodotto che col corpo femminile nulla hanno a che fare. E non è questione di rifiutare il messaggio sessuale in sé: quest'ultimo non è tabù finché c'è ironia e pertinenza col prodotto. Il problema è che nella pubblicità ci sono corpi femminili fatti a pezzi, stereotipi di genere che si trasmettono senza soluzione di continuità - la casalinga che viene invitata a ripulire casa dalla polvere mentre il marito se ne sta in poltrona - senza contare messaggi a doppio senso che definire volgari è solo un eufemismo.
Di tutto questo si è parlato nel convegno "Il consumo dell'immagine della Donna", organizzato oggi a Roma da Consumers' Forum. Un'occasione che ha dato voce a rappresentanti di istituzioni (l'Istat, l'Antitrust, l'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria) e delle aziende (Nestlè, Enel), alle associazioni dei consumatori, ai creativi, al Comitato Pari o Dispare che ha lanciato di recente il Manifesto per un utilizzo responsabile dell'immagine femminile cui hanno già aderito numerose aziende di prestigio.
Consumers' Forum si schiera dunque per una pubblicità che rispetti l'immagine femminile e la dignità della persona, che contenga messaggi commerciali corretti, che non esponga contenuti degradanti basati su stereotipi di genere. Per questo le associazioni dei consumatori e le aziende che ne fanno parte hanno lanciato la Carta degli Impegni "per sostenere, attraverso le proprie attività di formazione e di ricerca, modelli di sviluppo culturale ed economici basati sul rispetto della persona umana; per diffondere la conoscenza di strumenti di controllo istituzionali e di autoregolamentazione preposti al monitoraggio di forme di pubblicità commerciale idonea a screditare la dignità della persona; per favorire il dialogo e la riflessione fra operatori di pubblicità, aziende, consumatori e Autorità di vigilanza per salvaguardare il corretto richiamo all'immagine della donna; per valorizzare norme giuridiche vincolanti e codici di condotta che proibiscano la pubblicità dai contenuti discriminatori o degradanti basati sugli stereotipi di genere".
Ha spiegato il presidente Consumers' Forum Sergio Veroli: "Ci siamo resi conto che l'indignazione non basta più: è nata la voglia di impegnarci perché la comunicazione rispetti la dignità della donna vista non più come oggetto di desiderio sessuale o regina della casa e rispetti pure la dignità dell'uomo". Nella sostanza, c'è l'adesione a un protocollo d'intesa firmato a gennaio dal Ministero delle Pari Opportunità e dall'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria. Di più: "Abbiamo deciso di istituire - ha detto Veroli - un bando per premiare le pubblicità corrette".
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