I cittadini aspettano, perché le liste di attesa sono sempre infinite e le regioni tardano a mettersi in regola. Se ci si ammala, ci si deve scontrare con differenti organizzazioni della salute a seconda della regione in cui si risiede. Se si aspetta un figlio, bisogna considerare che l'incidenza dei parti cesarei segue una logica anche regionale: in alcune aree del paese è nettamente più elevata. In sintesi: Regione che vai, sanità che trovi. Il tutto è frutto di un federalismo in sanità che restituisce un paese a tante facce molto frammentato. E produce una diversa tutela dei diritti, tanto da poter dire che i malati non sono tutti uguali. È quanto evidenzia il Rapporto 2011 dell'Osservatorio civico sul federalismo in sanità, nato quest'anno su spinta del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva.
La frammentazione del sistema sanitario è evidente in aree quali le liste di attesa, la rete oncologica, il percorso nascita. Se si guarda alle lista d'attesa, spiega il Tribunale per i diritti del malato, si evidenzia che "i cittadini aspettano, come pure la legge. Un fronte in cui le nostre regioni tardano a mettersi in regola con quanto prevedono le normative nazionali è quello della lotta alle liste di attesa".
Così accade che sette regioni siano ancora inadempienti sull'istituzione dei Cup regionali (Abruzzo, Campania, Calabria, Liguria, Piemonte, Sicilia e Veneto). Undici regioni su 21 hanno attivato, nella maggior parte delle aziende (superiore al 90%), un servizio di prenotazione delle prestazioni che distingue il canale pubblico-istituzionale da quello intramurario, attraverso numeri e/o orari differenti. Si tratta di Basilicata, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto e P.A. Trento. In Abruzzo, Liguria, Piemonte e Sardegna, la percentuale delle aziende che hanno attivato questo tipo di servizio è tra il 50 e il 90%. Calabria, Campania, Lazio e Valle d'Aosta rispondono con una percentuale di aziende inferiore al 50%. I Piani regionali di contenimento dei tempi di attesa sono ancora in standby in numerose regioni, e a oggi Calabria, Lazio, Basilicata, Piemonte e Sicilia sono inadempienti, nonostante le ultime tre ne avessero anche annunciato la pubblicazione
L'articolazione della rete oncologica evidenzia che "non tutti i cittadini hanno uguali diritti" perché "prevenzione, lotta al dolore, farmaci e tecnologia sono le aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni".
Se si guarda alla prevenzione, ad esempio, Liguria, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna riescono a coinvolgere nei programmi di screening contro il cancro alla cervice uterina, mammella e colon retto una fetta di popolazione residente inferiore rispetto allo standard definito dal Ministero della Salute; Lombardia, Molise e Basilicata registrano performance in linea con lo standard; si distinguono invece in positivo, Toscana, Veneto, Emilia Romagna ed Umbria. Le cure palliative - disponibilità di posti letto - vedono un'applicazione frammentata, mentre il monitoraggio del dolore in cartella clinica è applicato a macchia di leopardo: in alcune regioni non c'è, in altre sì.
Prosegue il Rapporto: "Anche l'accesso ai farmaci è diversificato di regione in regione: innanzitutto alcune regioni, prevalentemente Molise, Basilicata e Valle D'Aosta, non includono alcuni farmaci antitumorali nei prontuari regionali, rendendoli di fatto inaccessibili ai cittadini; altre regioni, in primo luogo Umbria, Veneto, Molise ed Emilia Romagna, pongono delle limitazioni all'uso di alcuni farmaci rispetto a quanto indicato dall'Aifa; in altre realtà, prevalentemente Puglia ed Emilia Romagna, alcuni farmaci sono erogati solo su richiesta motivata personalizzata. Insomma, di fatto, non tutti i cittadini hanno nel nostro Paese eguale accesso ai farmaci per la cura del tumore".
Altrettanto diversificato il percorso nascita. "Le segnalazioni raccolte da Cittadinanzattiva - denuncia l'associazione - evidenziano in tutte le regioni un aumento delle difficoltà di accesso a visite specialistiche e esami diagnostici connessi al percorso nascita, ma anche la persistenza di sospetti errori nella pratica medica, difficoltà di relazione, mancanza di informazione e di un serio approccio al consenso informato".
La percentuale di parti cesarei effettuati è uno dei segni più evidenti delle differenze. Liguria, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna hanno una percentuale di cesarei superiore al 35% e che non accennano a diminuire nel corso degli anni. Lazio, Puglia e Calabria, pur presentando percentuali molto elevate, hanno un trend in diminuzione. Le regioni più virtuose sono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana.
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