Pasta Lidl, la Corte UE conferma la sanzione da 1 milione di euro: il richiamo all’Italia in etichetta può ingannare i consumatori
La Corte UE conferma la sanzione da 1 milione di euro a Lidl per alcune etichette di pasta considerate ingannevoli, che richiamavano l’italianità del prodotto mentre l’origine del grano era UE e non UE.
Perché questa sentenza è importante
Bandiere tricolori, paesaggi italiani, slogan che evocano la tradizione nazionale. Ma se il grano arriva dall’estero, tutto questo può diventare ingannevole per i consumatori. È il principio ribadito dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza C-301/25 del 30 aprile 2026, che riguarda alcune linee di pasta vendute da Lidl Italia.
I giudici europei hanno confermato che un’etichetta o una confezione che richiama fortemente l’italianità del prodotto può essere considerata una pratica commerciale scorretta se induce il consumatore a credere che anche la materia prima sia italiana, quando invece il grano utilizzato proviene da Paesi UE o extra UE.
La multa da un milione di euro a Lidl
Tutto nasce da un provvedimento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che nel 2019 aveva inflitto a Lidl Italia una sanzione da 1 milione di euro. Nel caso erano stati coinvolti anche marchi noti come De Cecco e Divella, che hanno però adeguato rapidamente le etichette, mentre Lidl ha proseguito il contenzioso.
Secondo l’Antitrust, alcune confezioni di pasta Lidl (della linea Combino e Italiamo) enfatizzavano in modo molto evidente l’origine italiana del prodotto attraverso colori, immagini e diciture legate al Made in Italy, mentre l’informazione reale sull’origine del grano (estero) compariva solo in modo marginale (sul retro e in piccolo).
Per l’AGCM questo tipo di comunicazione poteva spingere il consumatore medio a credere che la pasta fosse prodotta con grano italiano, influenzando così la sua scelta d’acquisto.
Lidl ha contestato la sanzione sostenendo di aver rispettato il regolamento europeo sulle informazioni alimentari, che impone di indicare l’origine del grano ma non stabilisce particolari obblighi grafici o di evidenza sulla confezione. La questione è così arrivata fino alla Corte di Giustizia UE.
Cosa ha stabilito la Corte europea
La Corte ha chiarito un punto molto importante: rispettare formalmente le norme tecniche sull’etichettatura non basta se la comunicazione complessiva del prodotto rischia comunque di trarre in inganno i consumatori.
Secondo i giudici, le regole europee sulle etichette alimentari e quelle sulle pratiche commerciali scorrette non si escludono a vicenda, ma si completano.
In pratica, un’azienda alimentare può essere sanzionata per violazione delle norme specifiche sulle informazioni alimentari ma anche per pratica commerciale ingannevole ai danni dei consumatori. La Corte ha spiegato che le due normative hanno finalità in parte diverse ma compatibili: da un lato garantire informazioni corrette sugli alimenti, dall’altro tutelare i consumatori da strategie di marketing capaci di alterare le loro scelte.
Uno degli aspetti più rilevanti della sentenza riguarda il peso della comunicazione visiva. Per la Corte non conta solo ciò che è scritto tecnicamente sull’etichetta, ma anche il modo in cui il prodotto viene presentato. Colori, immagini, bandiere, slogan e richiami geografici possono creare nel consumatore un’impressione complessiva fuorviante.
Ed è proprio questo il nodo centrale: chi acquista spesso decide in pochi secondi, osservando il fronte della confezione e non leggendo attentamente le informazioni riportate sul retro o in caratteri poco visibili. Se quindi la parte principale del packaging suggerisce una filiera interamente italiana, mentre la materia prima arriva da altri Paesi, il rischio di inganno diventa concreto.
Perché questa sentenza è importante
La decisione della Corte UE potrebbe avere conseguenze molto ampie per il settore alimentare. Negli ultimi anni molte aziende hanno costruito campagne di marketing puntando sull’immagine dell’italianità, anche quando gli ingredienti principali provenivano dall’estero. Questa pratica è particolarmente diffusa nel comparto della pasta, dove il richiamo alla tradizione italiana rappresenta un potente strumento commerciale.
Con questa sentenza, però, diventa più difficile utilizzare simboli patriottici come semplice leva di marketing senza garantire una comunicazione davvero trasparente sulla provenienza delle materie prime. Il principio vale non solo per la pasta, ma potenzialmente per molti altri prodotti alimentari.
La pronuncia della Corte rafforza il potere delle autorità nazionali, come l’Antitrust, nel contrastare le comunicazioni considerate ambigue o fuorvianti. Le aziende dovranno prestare molta più attenzione al modo in cui presentano i loro prodotti: non basterà inserire l’origine delle materie prime in piccolo; servirà coerenza tra ciò che comunica il packaging e la reale provenienza degli ingredienti e i richiami all’italianità dovranno essere usati con maggiore cautela. Il rischio, altrimenti, è di incorrere in sanzioni molto pesanti per pratica commerciale scorretta.
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