La Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati ha approvato nei giorni scorsi un emendamento al decreto1441 ter che disciplina la legge annuale per il mercato e la concorrenza, al fine di rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo.

Due mesi dopo la Relazione annuale al Parlamento - ha spiegato Antonio Catricalà nel corso del convegno organizzato questa mattina da Consumers'Forum - il Governo è tenuto ad adottare questa Legge per evitare che nel contempo vengano approvate dagli Enti locali delle norme restrittive della concorrenza. Quindi - ha continuato il Presidente - il Comune X non potrà più adottare una disciplina che prevede un numero chiuso per gli ottici, per le pizzerie e via dicendo".

L'emendamento approvato porta il nome di Della Vedova, il deputato che l'ha proposto, ma è bene ricordare che la proposta di una Legge Annuale sulle Liberalizzazioni era stata già avanzata da Bersani nel cd terzo pacchetto: in quell'occasione Della Vedova aveva però votato contro la Bersani ter

È partito il 1° ottobre il blocco automatico delle telefonate ai numeri a sovrapprezzo, tutti quelli (come 144 e affini) particolarmente costosi e critici per le ripercussioni che possono avere sulle bollette. È quanto ha stabilito l'Autorità Garante per le Comunicazioni. 

 

Come deciso lo scorso giugno, dal 1° ottobre scatta dunque sulle linee di telefonia fissa il blocco permanente e gratuito delle telefonate verso i numeri a sovrapprezzo: il provvedimento intende ridurre il rischio di ricevere bollette gonfiate e bollette con addebiti per telefonate mai effettuate o servizi non richiesti.

Chi vorrà disporre del servizio a sovrapprezzo dovrà dunque chiedere esplicitamente al gestore telefonico l'attivazione e dunque la rimozione del blocco o la sostituzione di uno a Pin. Già lo scorso giugno l'Agcom aveva inoltre deciso una capillare campagna di informazione destinata ai consumatori attraverso spot, annunci sulla stampa e sul web e informazioni in bolletta.

LINK: Agcom

Oltre 20 miliardi di euro, pari al 2,2% dei consumi annuali delle famiglie o all'1,3% del Prodotto interno lordo: è quanto costano in Italia il ritardo delle liberalizzazioni e la mancata apertura di settori quali commercio, assicurazioni, banche, carburanti e farmaci.

Questo il risultato dell'Osservatorio sulle liberalizzazioni presentato a Milano da Federdistribuzione, l'organizzazione che raggruppa la Grande Distribuzione Organizzata in Italia, in collaborazione con Cermes, il Centro di Ricerche sui Mercati e sui Settori Industriali dell'Università Bocconi di Milano.

Le voci analizzate riguardano commercio al dettaglio alimentare e non, distribuzione carburanti, distribuzione farmaci, servizi bancari e servizi assicurativi. Una maggiore apertura del mercato, rileva l'indagine, avrebbe un impatto rilevante nel settore del commercio e dei servizi bancari e assicurativi, mentre l'impatto sarebbe minore ma psicologicamente rilevante sulla distribuzione di farmaci e carburanti, sui quali sarebbero pressoché immediate le ripercussioni della riduzione dei prezzi.

"L'Osservatorio si pone l'obiettivo di definire e monitorare nel tempo il grado di concorrenza e di apertura dei mercati presenti in Italia, verificando lo stato di avanzamento delle liberalizzazioni", ha commentato Paolo Barberini, Presidente di Federdistribuzione, per il quale a fronte di consumi fermi e "crescita zero" "l'Italia deve recuperare il gap che ha accumulato nei confronti delle realtà estere in termini di efficienza e produttività, mettendosi nelle condizioni di avere aziende moderne e in grado di ravvivare la concorrenza interna e sostenere quella internazionale. In questo processo - continua Barberini - non c'è dubbio che mantenere settori molto rilevanti della nostra economia ancora protetti dai venti della concorrenza non può che rappresentare un danno per cittadini e imprese, e quindi per l'intera comunità".

PDF: Osservatorio sulle liberalizzazioni in Italia - Sintesi del Rapporto

 

La fiducia dei consumatori rispetto all'acquisto di prodotti e servizi transfrontalieri aumenta sempre di più ma il potenziale del commercio transfrontaliero è ancora inespresso.

 

La percentuale dei consumatori che si fida di comprare on line da un altro Paese è aumentata dell'8% rispetto al 2006, raggiungendo il valore del 40%. Mentre però cresce la fiducia degli europei verso il commercio oltre confine, soltanto pochi commercianti al dettaglio offrono questa possibilità.

Attualmente il 75% dei commercianti vende soltanto ai consumatori del proprio Paese, ma se ci fosse un'armonizzazione di regole quasi la metà di questi sarebbero interessati alla vendita transfrontaliera. Anche il livello della pubblicità transfrontaliera è relativamente limitato; solo il 21% dei commercianti pubblicizza oltreconfine e oltre la metà dei consumatori europei non ha accesso a questo tipo di pubblicità. Ovviamente sono quelli che ne hanno accesso a fare più facilmente acquisti transfrontalieri.

Sono dati annunciati dalla Commissaria Ue alla tutela dei consumatori Meglena Kuneva che ha pubblicato i risultati di 2 inchieste Eurobarometro sulle attitudini di imprenditori e consumatori nei confronti del commercio transfrontaliero. Lo studio ha raccolto dato tra febbraio e marzo 2008 intervistando oltre 26mila consumatori e 7.200 imprenditori nei 27 Stati membri e in Norvegia.

Soltanto il 33% degli imprenditori e il 21% dei consumatori sa dove prendere le informazioni sulle vendite e sugli acquisti oltre confine.

Il 13% dei consumatori con una connessione internet domestica ha utilizzato il commercio transfrontaliero attraverso la rete; il 36% degli europei ha utilizzato la rete per fare una comparazione dei prezzi. La maggior parte di coloro i quali hanno fatto acquisti on line pensano che, in generale, i commercianti hanno rispettato i loro diritti e si sono sentiti abbastanza protetti dalle leggi a tutela dei consumatori.

"Il nostro obiettivo è che i consumatori siano in grado di beneficiare dell'acquisto delle migliori qualità a prezzi moderati. Il potenziale per un'ulteriore integrazione del mercato interno comune, in questo campo, è considerevole. Per questo è necessario assicurare che le barriere legali e pratiche non ostacolino il commercio transfrontaliero" ha dichiarato Meglena Kuneva.

LINK: Synthesis report on consumer and business attitudes to cross-border sales and consumer protection in the internal market

 

Si apre venerdì 10 ottobre la IX Sessione Programmatica tra Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti (CNCU)  e  Regioni.

"Dieci anni di attività del CNCU. L'incidenza del consumerismo sul territorio", è questo il titolo della due giorni di lavoro che si svolgerà a Saint-Vincent, in Valle d'Aosta.

La sessione inaugurale sarà aperta dal Sindaco di Saint-Vincent Sara Bordet e dai vari Assessori della Regione autonoma Valle d'Aosta. A seguire si tratterà il tema delle liberalizzazioni e dei servizi locali, con interventi del Garante per la sorveglianza dei prezzi Antonio Lirosi, del Presidente della Lega Consumatori Pietro Praderi, del Vicesegretario generale di Cittadinanzattiva Giustino Trincia e del Presidente dell'Associazione Nazionale Comuni d'Italia (ANCI).

La seconda sessione verterà sui criteri di rappresentatività delle associazioni a livello locale e sull'efficacia dei progetti. Parleranno Eugenio Baronti, Assessore alla ricerca, all'università, alla casa, alle politiche per la tutela dei consumatori della Regione Toscana; Paolo Lando, Presidente di Adiconsum, Ivano Giacomelli Segretario nazionale di Codici, Antonio Longo Presidente del Movimento Difesa del cittadino e Lorenzo Miozzi Presidente del Movimento Consumatori. Le conclusioni della giornata sono affidate a Gianfranco Vecchio, Direttore Generale per la concorrenza e i consumatori del Ministero dello Sviluppo Economico.

Sabato 11 ottobre la mattinata sarà dedicata alla tutela transfrontaliera, con interventi di Luca Ciriani, Assessore alle Attività Produttive della Regione Friuli Venezia Giulia, di Anna Bartolini, rappresentante italiano all'ECCG-Gruppo Consultivo Europeo Consumatori, di Carlo Pileri, Presidente dell'Adoc. Prenderanno parte a questa sessione anche Vito Reggio dell'Enac, l'Ente Nazionale per l'aviazione civile, che parlerà della tutela nel settore del trasporto, Laura Galli del CEC Italia, che farà una panoramica del consumo transfrontaliero in ambito europeo, Walter Andreaus del CEC Bolzano che porterà l'esperienza di un consumo transfrontaliero "naturale", quello tra Italia e Austria e Jesus Orus Baguena della DG Sanco.

L'Italia ha pochi laureati e specializzati e nella classifica dell'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, si colloca al di sotto della media di Cile e Messico, vicino a Brasile, Turchia, Repubblica Ceca e Slovacchia. La metà degli studenti italiani che inizia un percorso universitario di primo livello, non riesce a portarlo a termine. E il problema dell'abbandono scolastico non affligge soltanto gli universitari: nel 2006 circa il 15% gli studenti delle scuole superiori non ha terminato l'intero ciclo; in Germania questo fenomeno è quasi inesistente.

Sono solo alcuni dei dati del Rapporto sull'istruzione, intitolato "Education at a Glace 2008", presentato a Parigi dall'Ocse.

Il quadro per l'Italia è complessivamente negativo. La percentuale di studenti che arriva a discutere la tesi è tra le più basse: il 45% contro il 69% dell'area Ocse. Inoltre solo il 19% dei 25-34enni italiani possono vantare un diploma di laurea, a fronte di una media Ocse del 33%; se si prende in considerazione la fascia di età tra i 55 e i 64 anni, la percentuale di laureati italiani scende al 9%.

Un dato positivo, invece, riguarda il tasso di laurea dei nuovi studenti che è passato dal 17% del 2000 al 39% del 2006. Questo risultato, si legge nel Rapporto, "va largamente attribuito alla riforma del 2002, quando agli studenti iscritti a corsi di laurea (pre riforma) è stata data la possibilità di concludere gli studi in tre anni. L'Italia poi resta indietro negli studi più brevi per la qualificazione professionale al lavoro.

La scuola italiana non brilla, ovviamente, agli occhi degli altri Paesi. Gli studenti stranieri che vengono attirati dal sistema educativo italiano sono soltanto il 2% contro il 20% degli Stati Uniti, l'11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania, l'8% della Francia e, addirittura, il 4% del Giappone.

Siamo tra i Paesi che spendono di meno per l'istruzione: la spesa pubblica in educazione è stata del 9,3% nel 2005, leggermente in salita rispetto al 2000, ma inferiore alla media Ocse che è del 13,2%. Tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell'Ocse sono aumentati del 41%, in Italia soltanto del 12%. E al terzo livello dell'istruzione, cioè quello universitario, che in Italia si investe di meno: poco più di 8mila dollari all'anno per studente, contro gli 11.512 della media Ocse. E gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati e la crescita annuale degli stipendi è più bassa della media Ocse: tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell'11%, mentre la crescita media Ocse è stata del 15%.

Un docente italiano, con 15 anni di esperienza, guadagna all'anno 29.287 dollari contro una media Ocse di 37.832 e una media Ue (Ue a 19) di 38.217. Positiva è, però, la percezione che hanno i genitori italiani dei docenti e delle scuole del loro Paese. L'80% dei genitori degli studenti di 15 anni sono convinti che gli standard degli istituti seguiti dai figli siano buoni o molto buoni contro una media Ocse del 77%.

LINK: “Education at a glance 2008”

 

 

 

E' ai nastri di partenza la campagna 'Fai valere le tue carte', promossa da PagoBancomat e Visa per favorire l'uso delle carte di pagamento e ridurre le operazioni in contante Italia, nell'obiettivo di colmare così il gap con il resto d'Europa. Ogni italiano, hanno spiegato i promotori nel corso della conferenza stampa che si è tenuta a Milano presso l'ABI (Associazione Bancaria Italiana), fa mediamente 21,6 operazioni con carte di pagamento l'anno, contro le 50,5 della media europea.

"Il problema - ha dichiarato Giuseppe Zadra, attuale direttore generale dell'ABI (Associazione Bancaria Italiana) - è di rilevanza economica e sociale, dato che in Italia la gestione del denaro contante costa circa 10 miliardi l'anno al sistema Paese (circa il 2% del PIL), cui si aggiungono i costi sociali legati a episodi criminali come furti e rapine".

I promotori della campagna per favorire l'uso massiccio delle carte di pagamento, hanno poi aggiunto che il 93% degli esercizi commerciali italiani è dotato di POS, gli italiani possiedono 67 milioni di carte di pagamento (circa due carte a testa nella popolazione attiva), ma effettuano solo un numero ridotto di operazioni l'anno, contro i finlandesi che ne fanno 150, gli inglesi 110, gli olandesi 100, i francesi 90 e i portoghesi 75.

''I nostri connazionali - ha commentato Zadra - non apprezzano i veri vantaggi delle carte di pagamento per una serie di ragioni, in testa alle quali c'è evidentemente la percezione che siano insicure''. Per migliorare la percezione degli italiani nei confronti del denaro elettronico, e dichiarare guerra al tradizionale contante, sono stati investiti per l'attività promozionale che durerà sei mesi, oltre 20 milioni di euro.

Davide Steffanini, direttore generale di Visa Europe, ha spiegato infatti come il contante sia uno strumento di pagamento vecchio, la cui gestione assorbe una cifra pari al 2% del nostro Pil. ''La spesa per la gestione del contante è di 200 euro pro capite l'anno".

''Il contante dà un senso di sicurezza fasullo'', ha aggiunto Zadra, ricordando come i furti in case, banche e negozi, o gli scippi prendano di mira proprio il denaro liquido. Tra i molti vantaggi delle carte di pagamento rispetto alle banconote, il direttore dell'ABI ha messo l'accento sulla comodità di approvvigionamento di fondi in Italia e all'estero, l'efficenza nei pagamenti senza problemi di monetine e resti, ma soprattutto la ''tracciabilità delle spese''.

''Gli italiani -ha aggiunto Zadra - perdono a testa più di 1.800 euro l'anno (da 36 a 100 euro la settimana in media), nel senso che non ricordano come sono stati spesi, mentre tra i vantaggi delle carte di pagamento c'è anche la facilità di controllo, in particolare quando si tratta di rimborsi spese per trasferte''.

''Noi puntiamo - ha sottileato Steffanini per sintetizzare la guerra dichiarata al contante dai circuiti dai promotori dell'iniziativa- a far si che le carte vengano usate anche per pagare caffè e giornale. Ormai il livello di frodi sulle carte è inferiore a quello sul contante, e le nuove tecnologie le hanno rese difficilmente clonabili''. Inoltre, ha aggiunto il direttore generale dell'ABI, nel contesto di Patti Chiari, si sta mettendo a punto un progetto per garantire tempi certi nei rimborsi delle cifre perse a causa di frodi con bancomat e carte di credito. "Stiamo lavorando per far sì che entro gennaio, gli aderenti al progetto 'Patti chiari', risarciscano i clienti in 15 giorni al massimo. Ci sono banche virtuose che già lo fanno, altre si prendono più tempo".

In Italia ogni giorno si rinviano sette processi su dieci. I processi che ogni giorno si concludono con la pronuncia di una sentenza rappresentano meno del 30% del totale mentre nei due terzi dei casi (69,3%) il processo si rinvia ad altra udienza. Fra i rinvii di carattere generale spiccano quelli per assenza del giudice titolare, che arrivano a coprire il 12,4%. "Particolarmente sintomatici delle reali patologie del processo penale italiano sono i dati relativi ai rinvii determinati dalla omessa o irregolare notifica delle citazione all'imputato, alla persone offesa e al difensore. Il 9,4% dei processi vengono rinviati ad altra udienza per "omessa o irregolare notifica all'imputato", l'1,3% alla "persona offesa", e solo lo 0,9% al "difensore".

 

Nell'istruttoria dibattimentale pesano le udienze che vanno a vuoto per assenza dei testi citati dal Pubblico Ministero: ben il 39,2%. E alla fine "il dato davvero clamoroso è che ben oltre la metà (il 54%) dei processi fissati per lo svolgimento della istruttoria dibattimentale viene rinviato senza lo svolgimento di alcuna attività, perché l'atto, in verità assai banale, della citazione del testimone o è stato del tutto omesso, o è stato effettuato in modo errato ovvero, pur effettuato regolarmente, non è stato ottemperato dal destinatario". È la fotografia che emerge dal Rapporto sul Processo Penale presentato a Roma e realizzato da Eurispes e Unione Camere Penali Italiane.

Il monitoraggio ha coinvolto 27 Camere Penali territoriali. I rilevamenti iniziavano con l'apertura dell'udienza e si concludevano con la sua chiusura. Il Rapporto evidenzia le criticità del funzionamento dei processi, ne analizza gli esiti, evidenzia le ragioni dei rinvii. Lo scorso anno l'indagine era stata fatta su una piazza difficile come Roma. Quest'anno è stata estesa sul territorio nazionale e i risultati evidenziano che "Roma - ha detto il presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara - è la fotografia del resto del Paese".

Si parte dai tempi: dalla rilevazione è emerso, come dato generale, che la durata media della trattazione di un processo in udienza è di 18 minuti per i processi celebrati dinanzi al Giudice monocratico (a Roma si arriva a 12,51 minuti) e di 52 minuti per quelli celebrati dinanzi al Collegio (32 nella Capitale). La durata media del processo che prevede un singolo imputato dura di media 18 minuti, mentre nel caso di più imputati la durata media del processo in udienza è pari a 30 minuti. In caso di udienza conclusasi con rinvio ad altra udienza, i tempi del rinvio sono mediamente di 139 giorni per i processi svolti in aula monocratica e di 117 giorni per quelli dibattuti in aula collegiale. I processi con un solo imputato rappresentano il 77,5% del campione e processi con più di un imputato il 22%.

I riti alternativi non funzionano. Il rapporto evidenzia infatti che la percentuale di processi dibattimentali che si celebrano con rito ordinario copre il 90,6% dei casi monitorati (a Roma l'80,7%), mentre il 9,4% si svolge con riti alternativi: 5,4% con rito abbreviato, 4% con patteggiamento.

I processi che ogni giorno si concludono con una sentenza ammontano a meno del 30% del totale, mentre pressoché nei due terzi dei casi (69,3%) il processo si conclude con un rinvio ad altra udienza. Sul totale dei processi che si concludono con una sentenza, si tratta di una condanna nel 60,6% dei casi, di una assoluzione del 21,9% dei casi e di estinzione del reato nel 14,9%. E fra le sentenze di proscioglimento per estinzione del reato, la prescrizione copre il 45,5%.

Per il problema del consenso alla lettura degli atti processuali in caso di cambiamento del Giudice in corso di causa "i dati evidenziano in modo clamoroso la assoluta sua ininfluenza sulla durata del processo penale italiano": "Il numero di processi nel corso dei quali si pone il problema in questione è statisticamente quasi impercettibile (133 processi su 13.000 con un'incidenza sul totale dell'1%)".

In Italia si rinviano ogni giorno sette processi su dieci. Perché?

Ci sono, evidenzia l'indagine, dei rinvii di carattere generale. Fra questi il legittimo impedimento dell'imputato (2,6% dei processi) e il legittimo impedimento del difensore (5%), le "per esigenze difensive" (6,6% del totale). Ma è elevata soprattutto la percentuale dei processi rinviati per problemi tecnico-logistici (6,8%) che comprendono voci come indisponibilità dell'aula, indisponibilità del trascrittore, assenza dell'interprete di lingua straniera, mancanza del fascicolo del PM e, in alcuni casi, del fascicolo del dibattimento. Il 12,4% è coperto da rinvii "per discussione". Ma "molto alto" è il dato dei processi rinviati per assenza del Giudice titolare: ben il 12,4%. "In conclusione - rileva l'indagine - ben il 76,1% dei procedimenti penali fissati per il dibattimento ordinario avanti le aule collegiali e monocratiche dei Tribunale italiani vengono rinviati ad altra udienza (quando non ad altra fase procedimentale), e solo una parte di questi dopo avere per lo meno trattato e risolto le questioni preliminari e la fase della ammissione della prova".

Il rapporto evidenzia inoltre le ragioni di rinvio proprie dell'istruttoria dibattimentale. Qui i dati eclatanti riguardano l'omessa citazione dei testi del PM e soprattutto l'assenza del testi citati dal PM. Il 9,2% dei processi fissati per la istruttoria dibattimentale viene rinviato ad altra udienza senza lo svolgimento di alcuna attività per omessa citazione dei testi del P.M. Le udienze che vanno a vuoto per assenza dei testi citati dal P.M. rappresentano il 39,2% delle udienze fissate per la trattazione istruttoria. L'indagine rileva inoltre come in quasi il 40% dei casi il teste che, pur citato, non compare, appartiene alla Polizia giudiziaria.

La ripartizione territoriale dei problemi evidenzia differenze e diverse velocità ma anche una "inconsueta unità" del Paese. Come sintetizza infatti l'Eurispes, "l'analisi comparata di alcuni dei dati principali di questa ricerca, se da un lato offre in qualche caso la conferma di una Italia "a due velocità", sembra in realtà indicare piuttosto che la crisi strutturale del processo penale, nei suoi quasi esclusivi profili organizzativi ed amministrativi, non salva alla fine dei conti nessuna area del Paese, restituendoci una inconsueta unità del Paese nel segno di un naufragio della giustizia penale".

Quanto costa un farmaco da banco? Per i medicinali da banco non c'è obbligo di indicare il prezzo di vendita sulla confezione: un disagio, per il consumatore. Per questo partirà dal prossimo 16 ottobre una campagna informativa presso farmacie, parafarmacie e corners della grande distribuzione: un cartello informativo illustrerà il prezzo di vendita al pubblico di 20 confezioni di farmaci da banco, fra i quali 15 saranno selezionati all'interno di un elenco di 50 prodotti più commercializzati redatto ogni sei mesi mentre gli altri 5 farmaci saranno individuati autonomamente dal punto vendita.

E' quanto prevede il Protocollo d'intesa sulla trasparenza dei prezzi dei farmaci da banco sottoscritto al Ministero dello Sviluppo Economico dai rappresentanti delle istituzioni e categorie interessate (Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali, Garante per la sorveglianza dei prezzi, CNCU, FEDERFARMA, ASSOFARM, ANPI-Parafarmacie, ANCC-COOP, Federchimica-ANIFA, Farmindustria).

La campagna informativa partirà il 16 ottobre presso i punti vendita che sceglieranno di aderire. L'iniziativa, promossa dal Garante per la sorveglianza dei prezzi, nasce dalle segnalazioni dei consumatori che avevano manifestato disagio per l'assenza dell'indicazione del prezzo di vendita sulle confezioni dei medicinali: verificare gli sconti proposti diventata infatti impossibile.

L'iniziativa, spiega Anpi-Parafarmacie, "è stata originata dalle numerose segnalazioni pervenute negli ultimi mesi al Garante per la sorveglianza dei prezzi, con le quali è stato manifestato il disagio dei consumatori sia perché dall'inizio del 2008 non trovano più l'indicazione del prezzo di vendita sulle confezioni dei medicinali (venendo meno l'obbligo in tal senso per i produttori, ai sensi della Legge Finanziaria del 2007), sia perché, in assenza di tale riferimento, non hanno più la possibilità di verificare gli sconti eventualmente proposti dalla farmacia o dal punto vendita prescelto".

LINK: Anpi-Parafarmacie

Quasi quattro milioni di italiani all'estero sparsi in quasi tutti i paesi del mondo. Un quinto di anziani che difficilmente tornerà in Italia e tanti giovani: più della metà degli italiani all'estero è infatti rappresentata da giovani al di sotto dei 35 anni. Molti sono "cervelli in fuga". Molti sono italiani senza essere nati in Italia: sono le seconde e terze generazioni fra le quali si contano 24 mila nati all'estero ogni anno. È la mappa della multiforme identità degli italiani all'estero tracciata dal Rapporto Italiani nel Mondo 2008, giunto alla terza edizione, realizzato dalla Fondazione Migrantes.

"C'è in italiano in ogni posto del mondo - ha detto illustrando i contenuti del Rapporto il capo redattore Delfina Licata - Gli italiani stabilmente residenti all'estero sono più o meno quanti sono gli stranieri in Italia". I numeri? Sono 3.734.428 gli italiani residenti all'estero e solo poco più della metà (il 59%) è effettivamente emigrata dall'Italia. Più di un terzo, pari al 34,3%, è nato all'estero mentre il 2,5% è iscritto all'Aire (l'anagrafe degli italiani residenti all'estero) per acquisizione della cittadinanza italiana. Il 52,8% è rappresentato da celibi e nubili mentre solo il 39% è coniugato. I paesi più rappresentati per i cittadini residenti all'estero sono, nell'ordine, Germania, Argentina, Svizzera, Francia e Belgio.

Un'identità plurima. Gli anziani rimandano alla storia dell'emigrazione. Gli over 65 anni sono quasi un quinto (687.423) e raramente pensano di rimpatriare. Sull'altro versante ci sono i giovani: più della metà degli italiani residenti all'estero (2.013.000 persone pari al 54%) è infatti rappresentata da giovani al di sotto dei 35 anni. Fra questi, tre su dieci sono minorenni (606.000), oltre due su cinque (quasi 860.000) hanno età compresa fra 18 e 24 anni, più di un quarto, pari a 547.000 persone, sono fra i 25 e 34 anni.

La maggior parte dei giovani (oltre il 60%) risiede in Europa, dove "i giovani studiosi, i lavoratori e i professionisti - rileva il Rapporto - trovano maggiori opportunità di formazione e di avviamento occupazionale". Secondo un'indagine Almalaurea del 2007, ripresa dal Rapporto, a cinque anni dalla laurea si emigra per metà dei casi per cercare migliori occasioni di lavoro. E dove si va? Soprattutto nel Regno Unito (19,2%), in Francia (12,6%), in Spagna (11,4%) e negli Stati Uniti (9,8%). E col trascorrere del tempo diventa sempre meno probabile (52 laureati su 100) l'ipotesi di un rientro. "Ritorna così - rileva lo studio - il tema della "perdita dei cervelli", dovuta al fatto che l'Italia, a seguito di carenze ben note, non è in grado di esercitare una forte attrattiva per il loro ritorno, né di utilizzare a un livello più elevato i laureati italiani e gli immigrati presenti sul suo territorio".

Ci sono poi le seconde e terze generazioni. Un italiano all'estero su tre non è nato in Italia. Fra il 1990 e il 2007 si contano 170.000 minori emigrati dall'Italia al seguito dei genitori, 433.691 nati sul posto e in media 24 mila nati ogni anno, uno ogni 20 nascite registrate in Italia. Italiani nati all'estero che hanno una identità multipla. Scrive il Rapporto: "Il legame con l'Italia, o il senso di italianità, riveste diverse implicazioni sociali e culturali che i giovani di per sé non rifiutano, a condizione di esplicitarle in maniera concreta e di comporle con il fatto di vivere in un'altra società. Essi insistono su una maggiore cooperazione economica con i paesi dove risiedono e, molto pragmaticamente, restano aperti a uno scambio che li possa aiutare anche nella loro vita professionale".

Il Rapporto risponde a una "triplice operazione", ha detto il coordinatore dei redattori Franco Pittau della Caritas/Migrantes: "È un'operazione di recupero perché nei confronti degli italiani nel mondo si sono usate molte parole senza un seguito concreto. La seconda è un'operazione di coinvolgimento da parte di strutture pubbliche, organi politici, regioni e società. La terza è l'operazione-futuro. Gli italiani nel mondo sono un supporto dinamico per il futuro".

E nel futuro? A rivelare i dettagli del prossimo step è il Ministro Plenipotenziario Carla Zuppetti, Direttore Generale Italiani all'Estero presso il Ministero degli Affari Esteri: ci sarà la Prima Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo, si svolgerà a Roma dal 10 al 12 dicembre e sarà inaugurata dal Presidente della Repubblica alla Camera dei Deputati alla presenza dei due presidenti di Camera e Senato.

LINK: Sintesi del Rapporto Italiani nel Mondo 2008  

Esiste una legge entrata in vigore nel 2005, detta "Duilio", dal nome del primo firmatario del progetto, che tutela le famiglie italiane nel momento in cui acquistano una casa da costruire. Questa legge, che allinea l'Italia agli altri Paesi europei già dotati di una legislazione in materia, ha introdotto l'obbligo per l'impresa di costruzione, di rilasciare ai futuri acquirenti una fideiussione pari all'anticipo incassato o da incassare per l'acquisto della casa. Tale norma è una garanzia per il cliente nel caso in cui il costruttore fallisca o si trovi in una situazione di crisi: il cliente non perde l'anticipo dato e non rischia quindi di finire sul lastrico.

Inoltre la legge in questione ha istituito un Fondo di solidarietà per le vittime dei fallimenti immobiliari, avvenuti nel periodo compreso tra il 1993 e il 2005, alimentato con il 5x1000 calcolato sulle somme oggetto di garanzia fideiussoria.

Dalle proiezioni condotte da Assocond-Conafi, il Coordinamento Nazionale delle vittime fallimenti immobiliari dell'Associazione Italiana Condomini, risulta che se la legge fosse applicata al 70% ci sarebbe un flusso annuale di contributi verso il Fondo di circa 80 milioni di euro. Oggi il Fondo registra una giacenza di 20 milioni. Le domande di accesso al Fondo recepite dalla Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, che è l'ente cui ne è stata affidata la gestione, sono state, a maggio 2008, 11.290 per un totale danni subiti di 860 milioni di euro.

In generale, a tre anni dall'introduzione della Legge ne è risultato un livello medio di applicazione su tutto il territorio nazionale pari al 20%. Scenari Immobiliari, un istituto indipendente di studi e ricerche, ha realizzato, sui dati ufficiali Consap, un rapporto sullo stato di attuazione della legge.

In particolare il Rapporto 2007 di Assocond-Conafi, basato sul comportamento rispetto alla normativa tenuto da cooperative, imprese e investitori a livello nazionale, evidenzia il dato più allarmante: nel periodo 2005-2006 solo l'11,5% delle iniziative edilizie ha rispettato l'obbligo fideiussorio. Il dato registrato nel 2007 è stato del 15%, con punte del 25% al Nord, ma l'applicazione della Legge resta irrisoria. E questo, secondo Assocond-Conafi e le Associazioni dei consumatori, è attribuibile alla debolezza sanzionatoria della legge, o meglio al fatto che praticamente non sono previste sanzioni per chi non sottoscrive la fideiussione.

Le Associazioni dei consumatori condividono questa preoccupazione e si associano anche alla richiesta di una maggiore informazione sulla legge, che Assocond-Conafi ha rivolto al Parlamento. Consap aveva previsto una campagna informativa da svolgersi sulla Rai, in tv e in radio, per rendere i cittadini consapevoli dei propri diritti, ma il progetto è stato paralizzato dal Ministero dell'Economia che ha richiesto una valutazione dei benefici associati alla campagna informativa.

"Abbiamo stimato che in 10 mesi, con un 10% in più di applicazione della legge, si sarebbero coperti tutti i costi della campagna - ha spiegato Franco Casarano di Assocond-Conafi - Ma i benefici maggiori sarebbero quelli sociali, visto che si eviterebbe a molte famiglie di fidarsi di costruttori senza scrupoli e poi pagarne le conseguenze".

LINK: Legge 210/2004 "Delega al Governo per la tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire"

Decreto legislativo 122/2005 "Disposizioni per la tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire, a norma della legge 2 agosto 2004, n. 210"

 

 

 

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